Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato

Scolpire il tempo: questo il cinema secondo la massima ormai proverbiale di Tarkovski.
Ma scolpire il tempo è come scolpire sabbia: da qualsiasi parte si metta lo scalpello per chiudere l’attimo nella sua prigione, il risultato sarà sempre uno sbriciolamento, un’erosione, una perdita.

Quando comincia Lo Hobbit, lo spettatore è riportato velocemente nei luoghi e nei tempi di Il Signore degli anelli. Il tempo intercorso tra l’uscita in sala di Il ritorno del re sembra annullato dal gesto registico. Ritrovi i colori, le luci, le atmosfere diHobbiton e ti sembra davvero che il tempo non sia passato.
E non lo è, in effetti, anche a livello narrativo, perché come s’esaurisce il prologo epico e possente dell’arrivo di Smaug e della fine della grande città dei nani, ti ritrovi proprio all’inizio de La Compagnia dell’anello. Frodo è lì che si appresta ad incontrare Gandalf che torna lieto e un poco preoccupato dal suo viaggio. E così pure Bilbo che, prima di prendere commiato dal racconto, decide di scrivere la sua storia, il suo viaggio e il suo ritrovamento dell’anello. Frattanto fervono i preparativi per la sua festa di compleanno e con essi quelli della partenza, di nascosto da tutti, all’ombra artificiale dell’anello del potere.

Siamo lì, eppure i dieci anni passati tra il vecchio film e questo nuovo reclamano il loro esserci stati e non senza conseguenze. L’inizio del film riannoda i legami tra le storie raccontate e quelle ancora da narrarsi, eppure, inavvertitamente, mette in scena una scollatura, una distanza. Il cinema punta dritto al suo bisogno di illusione, ma fallisce, come sempre, nella sua aspirazione ad essere sogno senza conseguenze.
Per quanto gli effetti speciali, il trucco, l’uso del computer tramino per costruire un mondo credibile dove prima non c’era niente, resta sempre la resistenza fenomenologica del mezzo che qualcosa deve pur riprendere perché l’illusione sia. E quel qualcosa sta nello scorrere del tempo vero, ne subisce la lenta erosione, si deposita nelle rughe e nella luce degli occhi che non possono essere più gli stessi.

Così comincia di nuovo Il Signore degli anelli, ma lo spettatore non può non sentirsi astronomo che sa che la luce della stella che osserva era partita anni fa e che forse quello che sta guardando adesso è morto, non c’è già più. L’immenso cimitero del cielo ammicca nelle prime inquadrature di Lo Hobbit. Non è funereo, ma un congedo lento e mesto.
Elijah Wood e Ian Holm duettano come fecero anni fa, ma scherzano su un addio e il loro gesto (e con loro lo sguardo che li filma) ha un che di frettoloso come di chi corre più svelto perché sa che se andasse un poco più lento non potrebbe non piangere. Bilbo sta per partire e Frodo sta per morire sotto il peso dell’anello. L’inizio della fiaba coincide troppo pericolosamente con la sua fine. È il solito problema di chi decide di raccontare il prima quando aveva già finito di raccontare il dopo.

La vera svolta teorica di Lo Hobbit sta nella dimensione troppo elastica che il cinema riesce a donare all’atto di narrare. Peter Jackson si confronta con grande chiarezza sul problema del prequel. La scelta di cominciare il film all’inizio della fine certifica proprio questo. E paradossalmente richiamare gli stessi attori ad interpretare gli stessi ruoli dieci anni dopo, più che una ricerca di continuità sembra essere una certificazione di discontinuità. Il problema del prequel, infatti, sta nell’inversione dei tempi tra la Realtà e lo sforzo di significarla. Gli attori invecchiano e per quanto il cerone può ridurne le rughe, non c’è effetto, digitale o artigianale che sia, capace di cancellare gli anni dagli sguardi. E lo stesso avviene agli occhi del regista che, col tempo, hanno visto altro e ad altro si sono abituati. Frattanto il cinema si evolve, diventa altro, la tecnologia sviluppa nuove possibilità e, quindi, diventa più giovane per la semplice ed ottima ragione che non è più lo stesso.

Lo Hobbit stranamente mette in scena, prima che la storia di Bilbo, proprio questo sforzo destinato al fallimento di raccontare ieri con gli strumenti di domani.
Peter Jackson, in fondo, si trova nella stessa posizione di George Lucas quando girava gli episodi UnoDue e Tre di Star Wars ad anni di distanza dai QuattroCinque e Sei. Il digitale aveva preso il posto dei pupazzi, l’impressione di realismo era un’altra come altro era il pubblico cui bisognava rivolgersi.
La differenza sostanziale tra l’americano e il neozelandese sta tutta nello sguardo. Jackson si lascia sempre tentare dall’impossibile mentre Lucas è più attratto dall’improbabile. Così mentre quest’ultimo tende a sovrascrivere (come quando riedita la vecchia trilogia per creare continuità tra i vari episodi), il buon Peter tende, invece, a sottoscrivere nel nuovo affinché esso si adatti al vecchio (di qui la dilatazione dell’atto di narrare sconosciuta al gusto di sintesi di Lucas). Entrambi, però, centrano un problema sostanziale: le nuove tecnologie non sono contraddittorie col il bisogno di prequel. Raccontare il prima non significa raccontare coi mezzi del prima in cerca di continuità. L’essere più giovane del racconto deve andar di pari passo con mezzi più giovani. Filmare il passato coi mezzi del futuro è un’operazione di lifting dell’anima e parte dal principio che il nuovo mezzo obbliga lo sguardo a sperimentare e riporta il gesto del regista al gusto dei pionieri.
È sbagliata l’idea che raccontare il vecchio significa ritornare alle radici del mezzo per cui il passato può essere raccontato solo in bianco e nero. Proprio nello stesso periodo che dà i Natali a film come The artist che certificano l’impossibilità di ritorno al muto, Jackson afferma che per parlare al passato non bisogna adottarne i mezzi, ma lo spirito.
Il digitale a 48 fotogrammi al secondo, combinato al 3D probabilmente non funzionano nel migliore dei modi, ancora. Sono una tecnologia da raffinare.
Bene! Questo balbettio del mezzo è lo strumento estetico giusto per affrontare il balbettio del racconto. Il prima della storia diventa il vagito della nuova tecnologia. Ed è l’estetica dei pionieri che riporta il cinema alle sue radici più vere: quella delle fiere, dei Nickelodeon, dello spettacolo per lo spettacolo che non è così importante se il trucco c’è e si vede perché fa parte del gioco che tu lo voglia o no.

Così Lo Hobbit è una montagna russa presto immersa in girandole multicolori. Affronta lentamente la salita della prima mezz’ora per poi precipitare giù sempre più veloce. E nel frattempo lo sguardo del regista rivela la sua grandezza nei dettagli più minuti come nella scena di Bilbo (superbo Martin Freeman) rimasto solo a casa, a confrontarsi col vuoto della sua paura di partire o come quando Gandalf rivela la sua paura a Galadriel e nella stessa c’è spazio per la fiducia per il piccolo, per il gesto quotidiano.
Così Lo Hobbit colpisce prima di tutto per un gran miracolo. Che nel mare magnum della grande produzione, del film di studio che Jackson non avrebbe voluto fare, il regista sia riuscito, incredibilmente e al di là di ogni fosca previsione, a rimanere se stesso.

 

 

(The Hobbit: An Unexpected Journey); Regia: Peter Jackson; sceneggiatura: Guillermo del Toro, Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens; fotografia: Andrew Lesnie; montaggio: Jabez Olssen; musica: Howard Shore;interpreti: Martin Freeman, Cate Blanchett, Elijah Wood, Lee Pace, Andy Serkis, Orlando Bloom, Ian McKellen, Ian Holm, Richard Armitage, Christopher Lee, Mikael Persbrandt, Dean O’Gorman, Benedict Cumberbatch, Luke Evans, Billy Connolly, Stephen Fry, Aidan Turner; produzione: Metro-Goldwyn-Mayer, New Line Cinema, WingNut Films; distribuzione: Warner Bros. Italia; origine: Nuova Zelanda – USA, 2012; durata: 166’; webinfoSito ufficialeSito italiano

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