Santissima mia – Mistero per tre voci

Nel Medioevo la Chiesa era il centro attorno a cui veniva fatto gravitare il mondo.
Non c’era villaggio che non avesse al centro una chiesetta, né c’era spazio urbano che non avesse affianco, magari appena un poco fuori mano, un monastero dove lavorare pregando.
In un mondo dilaniato da lotte intestine per il potere, con  le lingue che si riempivano di balbettii barbari che annacquavano un poco per volta il sapore del latino, la Chiesa assolveva a qualcosa di più che un semplice ruolo di moralizzatrice dei costumi. Piuttosto amministrava, con piccoli comandamenti da confessionale, la vita scura di un popolino che non doveva alzare troppo la testa.
Alla tristezza di una vita mondana affogata di senso del peccato, la Chiesa aveva, però, l’intelligenza di lasciare aperto qualche spazio di divertimento. Archiviate, per ovvi motivi, le crudeltà spettacolari dei giochi circensi, messe da parte le ritualità pagane del teatro greco-romano, considerate inadeguate le farse atellane e le forme di teatro più popolari, la Chiesa fece suoi alcuni dettati della cultura ebraica che aborrivano l’immagine e la rappresentazione e cercavano il senso del divino e del creato nella parola e nella musica.
Soli vennero tollerati alcuni svaghi liberi che erano valvole di sfogo alla pressione troppo grande del vivere: la taverna come luogo laico di sberleffo e bagordi di varia natura (presto magnificati a livello alto dagli scholares delle Università nei Carmina Burana, non a caso più forti quanto più ci si allontanava da Roma) e il Carnevale come segno del ribaltamento delle convenzioni e come rottura della Norma concessa, e non poteva essere altrimenti, solo una volta l’anno.
Per lungo tempo l’unica forma di teatro tollerata era la Messa stessa, con il suo ritualismo, con il suo narratore e i mille personaggi della Bibbia che poi ammiccavano sulle mura istoriate delle chiese stesse.
Poi, piano piano, le storie uscirono dalla pietra e si avverarono in piccoli gioielli di teatro la cui drammaturgia è oggi visibile sotto una folta filigrana di ipotesi di studiosi.
Queste drammaturgie erano i Misteri. Concepiti come quadri viventi, come statue movibili, questi primi vagiti di un ritorno a una consapevole vita teatrale erano pieni delle musiche del tempo, a metà tra la polifonia scura della tarda civiltà gregoriana e forme di musica più popolari che erano presenti anche nei riti processionali.

Tutta questa storia di mille anni (secolo più secolo meno) è la spina dorsale di uno spettacolo come Santissima mia, non a caso definito dall’autrice un Mistero per tre voci.
Uno spettacolo che nasce da una considerazione semplicissima: che cioè questa vastissima realtà storica, lungi dall’essersi esaurita con la fine della civiltà medioevale si è protratta praticamente fino ai giorni nostri in tante forme di devozioni popolari che vengono qui rivissute in parte con vocazioni etnografiche ed etnomusicali e in parte con gli occhiali spessi dello storico.

Sulla scene tre attrici, tre voci secondo una stratificazione polifonica che è già un proclama di poetica dal momento che è assai credibile l’ipotesi che la polifonia nasca da un inserto popolareggiante nella classica monodia ecclesiastica.
Il Mistero medioevale, in fondo, è una specie di rilettura della liturgia in chiave popolare. È la Chiesa vista dal popolo, ripensata dal popolo e riportata alla logica del popolo. Per questo la sua drammaturgia è piena di portenti e immagini fantastiche, di luoghi arcani e di personaggi incredibili.
Centrale resta, però, sempre il motivo devozionale che, incredibilmente, sembra essere rimasto invariato negli strati più bassi e popolari, nel corso dei millenni.

Con questo quadro in mente non stupisce, quindi, la straordinaria varietà di umori che pervade questo spettacolo musicale che passa dalla ieraticità di certe immagini sacrali, alla ricchezza bozzettistica e quasi boccaccesca di certe immagini medioevali sino ai racconti, senza contraddizioni e in perfetta continuità stilistica, dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Il tutto è reso possibile da un azzeramento del Tempo così come viene percepito dallo spettatore. Sin dal primo brano, infatti, il pubblico viene trasportato in un tempo senza tempo, nell’eterno presente del mito e dell’assoluto.
Questa vocazione medievaleggiante, intrisa di umore popolare che dà spazio a momenti di forte ironia e di ribaltamenti comici efficacemente assecondati dal grande affiatamento delle attrici, viene di fatto messa in urto con il nostro mondo contemporaneo, incapace, nel suo laicismo esasperato, di accettare senza contraddizioni questa dimensione devozionale piena di visioni e così intrida di magia.
Il grande colpo di coda dello spettacolo (e la sua improvvisa, inaspettata, attualità) sta proprio nel racconto di come queste donne, definite dall’autrice Cassandre cristiane, finiscano per diventare le pazze e le malate che popolano la cattiva coscienza dei nostri manicomi.

Sapiente nell’architettura musicale e drammaturgica, Santissima mia è un’operazione di incredibile fascino che unisce alla riscoperta di un repertorio musicale straordinario, la sapienza di un teatro di ricerca. La sua riuscita è dovuta, comunque, alla straordinaria bravura di tutte e tre le interpreti, notevoli per qualità canore e, al tempo stesso, perfette come attrici, capaci di mettersi addosso gli echi di un’intera cultura che solo oggi sembra sul punto di sparire nella globalizzazione che parla solo inglese (o cinese).
Il tutto nello spazio astratto illuminato da tante piccole candele che, all’uso, disegnano linee e traiettorie il cui punto di fuga è sempre la Poesia.


Teatro libera tutti
3 gennaio 2015, ore 21:00
Teatro Bertolt Brecht, via delle Terme Romane, Formia

Compagnia Errare Persona – Officina Culturale ‘Casa d’Arte’, Frosinone
SANTISSIMA MIA – Mistero per tre voci
testo e regia Damiana Leone
con Damiana Leone, Anna Mingarelli, Francesca Reina
luci Alessandro Calabrese

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