Strafelicissima Palermo

Ostinato come il gocciolio d’acqua di un rubinetto che perde, nel buio raccolto di una notte di campagna, Strafelicissima Palermo è Teatro che canta.
Ogni altra possibile definizione gli sta stretta come il vestito di carta sta a  Pinocchio e lascia chi scrive con l’impressione di fallire a mezza strada il bersaglio.
Perché lo spettacolo è davvero come il volo fitto delle falene che battono le ali perché da qualche parte (e non importa in fondo dove) c’è luce. O come il sussurro stretto del mare in mezzo agli scogli che va avanti sempre per la sola ragione che non può smettere mai.

Strafeliccisima Palermo è un’urgenza quieta, un bisogno di dire senza affanno, ma con il magone che stringe la gola.
È un poco pianto e un po’ sorriso.
È dolce e amaro con la leggerezza di chi racconta cercando il senso più tra le parole non dette che tra quelle pronunciate.

L’ultima opera di Vespertino è un tour de force tra le segrete stanze di una confessione minuta che non indulge nelle cattive abitudini televisive tanto in voga in questa tempi oscuri. Piuttosto è pudica, timorosa, attenta a che ogni tocco non faccia crollare il castello di carte di troppo labili ricordi.
Ti si avvera davanti con la leggerezza di un pittore che cerca sfumature di pennello.
È uno spettacolo di dettagli minuti e forti di un passato che vive della sua stessa evocazione. Senza mai cadere nella trappola del Vintage e senza mai portarsi addosso la puzza umida dello scricchiolio dei vecchi bauli. Le sue non sono le “piccole cose di cattivo gusto” di gozzaniana memoria, ma reperti di un passato così lontano e così vicino da sembrare sempre nostro.

Come sempre Vespertino sfoglia sul palcoscenico un vecchio e consunto album di ricordi. Questa volta, però, i fogli del racconto sono meno sparsi del solito e sembrano tenuti insieme da un filo più tenace.

Strafelicissima Palermo, che arranca un po’ solo all’inizio quando il pullman della narrazione si mette in moto e ingrana la prima, è fondato su una drammaturgia insolitamente minuziosa, su un lavoro di messa in tensione dell’arco narrativo che, dopo dieci minuti di spettacolo, diventa forte e, superata la prima curva, si fa formidabile.

Su questa linea tesa e solida Vespertino compone uno spettacolo mirabile in cui pubblico e privato si confondono e si sovrappongono in un gioco di ombre cangianti che è avvincente nella sua conquistata semplicità. Un’opera in cui sfumano i confini tra “Io” e “Noi” e si fa forte un sentimento di coro anche quando il discorso scende nel dettaglio autobiografico o nella rievocazione strettamente personale.

Ne viene fuori uno spettacolo incredibilmente affollato di presenze, ricco di personaggi, denso di umori. E colpisce la straordinaria facilità con cui il Vespertino attore abbandona i panni comodi del narratore per farsi di volta in volta ragazzino, padre, madre, vicino di casa, commerciante di strada o fidanzatina intimidita. Gli basta un guizzo, un’inarcatura della schiena, un lesto camuffamento della voce per scivolare in un altro senza smettere di essere se stesso, anzi trovando un modo per indicare il personaggio senza cedere alla lusinga della facile caricatura o del virtuosismo fine a se stesso. Un gesto d’attore, questo, che gli è possibile, forse, per la lunga consuetudine affettuosa con un pubblico cui può tranquillamente dare del “tu” visto che se lo fa amico al primo alzarsi di sipario.

Lo aiuta anche il senso di una parlata dialettale che ha trovato un equilibrio ideale tra il bisogno di essere capita anche fuori Palermo e l’urgenza di essere prima di tutto Vera. Come lo aiuta la fisarmonica di Pierpaolo Petta che sostiene il racconto con un virtuosismo piano, capace di costruire con niente (si pensi solo alla meraviglia composta sul temino semplice semplice che aveva prima accompagnato la scena del professore di oggi nella sua classe) notevoli impalcature sonore, veri e propri scenari musicali, forse meno popolareggianti del solito, ma capaci di farsi strade e piazze pieni di sole.

Per tutti questi motivi Strafelicissima Palermo è al tempo stesso sonata da camera per voce sola (sempre superbamente accompagnata dalla musica in scena di Pierpaolo Petta) e sinfonia urbana. Un atto d’amore nei confronti di una città come non ci capitava di vederne dai tempi della Berlino di Wenders e un affresco lucido di una cultura con tutte le sue bellissime e umanissime contraddizioni.

Un’opera stratificata e bella, perennemente ad altezza d’uomo e per questo spesso capace di volare alto e di lasciarci, senza tentennamenti o digressioni, con una chiusa di spettacolo perfetta.


SENZA SIPARIO
Stagione del teatro d’attore

11 Febbraio 2015 ore 21.00
Gaeta, Teatro Ariston

una produzione Compagnia Agricantus, Palermo
STRAFELICISSIMA PALERMO
di e con Sergio Vespertino e Pierpaolo Petta

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