Yet, The Best Universe Ever

Un cameriere dispone con cura due bicchieri pieni su un vassoio.
Poi comincia la sua marcia tra i tavoli del locale e la macchina da presa, forte della precisione di dettaglio del digitale HD, si concede un primo pezzo di bravura mettendosi addosso al personaggio in un’aspirazione al piano sequenza fluido e lineare.
Giusto c’è lo spazio per una breve indecisione, proprio all’inizio, tra destra e sinistra, quando il cameriere, lasciato il bancone del bar, entra in sala e sembra non sapere da che parte cominciare il suo servizio tra i tanti volti che sembrano promettere una storia.
Indecisione breve, per una serata come le altre, ci dice un accenno di sbadiglio un po’ sbadato, che dura appena il tempo di un battito di ciglia giusto dilatato da un accenno di slow motion che riporta tutto in un’impressione di coreografia in mezzo ad un’azione quotidiana.
Indecisione soprattutto inutile perché la cura eccessiva della preparazione dell’ordinazione, la lentezza presaga di disastro del ralenti e l’ineluttabilità dell’inquadratura in movimento senza stacchi di montaggio già dicono allo spettatore che quel vassoio non può che finire in terra, a riempire di cocci un corridoio.
Destra o sinistra, non importa! Quale che sia la direzione scelta del personaggio, alla fine di ogni strada ci sono solo una scopa e una paletta per raccogliere i frammenti del nostro esistere. Perché questo è il miglior universo possibile!
Assurto che si magnifica nel momento in cui, abbandonato l’incipit d’inganno, il cortometraggio concentra l’attenzione sui veri protagonisti del racconto: un lui e una lei che stanno cenando.
Lui (Elio D’Alessandro) è candido e un po’ ingenuo. Gli occhiali lo rendono adulto mentre la piega della labbra ce lo ricorda bambino un po’ stupito. Un personaggio anni ’80 che ti sembra fatto con matite e carboncini colorati da un gioco d’attore che sa trovare i tratti essenziali.
Lei (Celeste Gugliandolo), un po’ ubriaca, è la controparte ideale. Meno sognatrice, ma non realista. Più attenta all’ora, ma pronta a lasciarsi andare al gioco della fantasia.
Guardano il povero cameriere che raccoglie da terra i pezzi di vetro e si sorprendono a giocare al gioco dell’ “E se…” immaginandosi personaggi di altre storie: Bonnie e Clyde, Han e Leila, Marty e Doc, Et e bambina con vaso di fiori.
In un’equanimità di genere diventano anche due lui che si guardano o due lei che si sfiorano, ma sono frammenti di una girandola virtuale che li frulla in tecniche e personaggi: cartoni animati e Pulp Fiction, thriller e film per famiglie. Soprattutto molta fantascienza, visto che si parla di universi paralleli. Tutti con al centro il loro stare insieme perché non possono esistere mondi dove non si sono conosciuti e amati. Universi inconcepibili che balenano per un attimo, appena, nel vuoto di un momento sospeso prima dell’imbocco al finale che non riveliamo, ma che è un altro traballare malsicuro di vassoio.
Strano corto Yet, The Best Universe Ever di Edoardo Palma. Gioca con temi grossi come Libero Arbitrio e Predestinazione, ma li risolve nel sorriso di chi pensa che, in fondo, o l’una o l’altra non cambiano il prezzo del servizio al tavolo. Proprio come quel vassoio che finisce a terra indipendentemente dalla scelta del cameriere tra destra e sinistra.
Non è un corto filosofico, Yet, The Best Universe Ever. Semmai risolve un dilemma kieslowskiano nella confezione garbata di un prodotto di intrattenimento che guarda più all’America che all’Europa.
Anche se parla di una specie di amour fou si rifiuta di cercare la leggerezza di un Truffaut e semmai ripensa a Spielberg.
Parla inglese per scelta produttiva, perché cerca un mercato più vasto di quello classico del corto “made in Italy”, ma, in fondo, non è in contraddizione con le sue premesse estetiche.
È pulito e netto in ogni scelta di campo e di inquadratura, ma dominato da un bisogno che è più di “dimostrare” che di “dire” veramente. Per questo il metacinema e il gioco delle citazioni si mangia tutto lo spazio del racconto e invoca a ogni passo la complicità dello spettatore in una corsa alla reciproca distrazione.
Yet, The Best Universe Ever è opera di talento. Ha un’ottima fotografia. Gli attori sono convincenti anche in una lingua che non è la loro. Ha una regia capace di tenere un ritmo. Giocosa e affettuosa quanto basta per stampare un sorriso sullo spettatore per tutto il tempo della visione.
Il suo unico neo è che si ferma al gioco, ma era questa, in fondo, anche la condizione del suo esistere.
Soprattutto ci piace pensare che sia una promessa. Perché appena un passo oltre questo piccolo cancello c’è poesia. Basterebbe appena allungare un po’ lo sguardo.

Tweeting: Una girandola romantica e fantastica che trasuda amore per il cinema da ogni fotogramma.

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 (Yet, The Best Universe Ever); Regia: Edoardo Palma; sceneggiatura: Antonio Palma, Edoardo Palma; fotografia: Stefano Grilli; montaggio: Edoardo Palma; musica: Giacomo Bartoli; interpreti: Elio D’Alessandro, Celeste Gugliandolo, Diego Mongardini; produzione: Full of Beans; origine: Italia, 2014; durata: 9’,18’’

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