Venezia 76 – Seules les bêtes

Cinque storie. Cinque personaggi i cui destini si incrociano, si sfiorano, si influenzano, secondo i bizzarri capricci del caso che è il più grande narratore. Soprattutto cinque racconti di solitudini, di personaggi all’affannata ricerca di un altro cui concedersi, in cui riconoscersi, in cui scoprirsi. Tutti, in modi diversi, destinati a un sostanziale fallimento che è sconfitta individuale e al tempo stesso universale, a segno di un pessimismo della ragione che passa per i lutti dei cuori.
C’è Alice, ad esempio, che convive con Michel e bada all’anziano padre che è indurito dalla vita contadina della provincia rurale francese. Una donna intristita che vede in Joseph l’unica possibilità di una fuga romantica dalla propria condizione.
E c’è Jospeh, appunto, ultimo discendente di una famiglia contadina. Un uomo sociopatico, abituato a parlare solo col proprio cane, che trova una mattina, nella propria proprietà il cadavere di una donna bellissima di cui si innamora come fosse cose viva e non solo ombra che gli entra di notte nei sogni confusi di malessere.
C’è Marion, giovane cameriera di un ristorante che viene sedotta da Evelyne, una donna sposata in cerca di avventure occasionali, e se ne innamora al punto da seguirla fino a casa dove non l’aspetta altro che il rifiuto.C’è, quindi, Armand, giovane africano che ama Monique, una ragazza protetta da un misterioso uomo bianco che pare abbia chiesto l’intervento di un mago per togliere di mezzo un’anima che lo intralcia nell’attuazione dei propri desideri. Un ragazzo, Armand, educato all’interno di una famiglia numerosa, che cerca la scorciatoia del denaro facile attraverso il fishing su Internet, nella speranza di poter strappare l’amata al suo destino.
E c’è infine, Michel, il compagno di Alice che chiude in chiave circolare questa ronde di storie, nella sua disperata ricerca di evasione verso un’illusione di cui non riesce a fare meno.
Tutto ruota, quindi, intorno al ritrovamento di un cadavere che è anche la scomparsa di una donna, mentre le indagini, portate avanti da un gendarme che sembra essere l’unico a conservare una traccia di umanità meno dolente, sono rallentate dalla neve che scende copiosa a coprire tracce, a nascondere nel bianco ciò che solo la macchina da presa, nella sua calcolata adesione al destino di tutti, riesce a rivelare.

Questa, in estrema sintesi, la base narrativa di Seules les bêtes (Only the Animals) di Dominik Moll, presentato alle Giornate degli autori della settantaseiesima edizione del Festival del Cinema di Venezia.
Un film di cerchi concentrici che si allargano sino alle estreme conseguenze, in cui tutto nasce da un sasso scagliato sulla placida superficie di uno specchio d’acqua che rifletterebbe il cielo se non si intorbidasse del fango basso della nostra incapacità di accettare ciò che siamo veramente.
Del resto, è la struttura stessa del racconto a seguire dinamiche circolari aprendosi e chiudendosi in quell’Africa memore del passato coloniale francese da cui tutto parte e a cui tutto torna, soprattutto ora che Internet ha definito la vertiginosa mancanza di limiti della globalizzazione trionfante e dell’interellazione istantanea delle comunicazioni.
Frattanto, di capitolo in capitolo, il film, che è diviso appunto in sezioni raccontate dal punto di vista di ogni personaggio, si riannoda su stesso, torna indietro e avanza nella cronologia secondo un andamento a matrioske che portano al disvelamento di una serie di agnizioni sempre più vertiginose che sono dimostrazione di quanto siano vere le parole dello stregone africano sulla potenza del caso di fronte alla piccolezza del destino dei singoli.

Coadiuvato da un cast esemplare, Seules les bêtes è un film solido e piuttosto ben costruito che alludere a temi e atmosfere polar mantenendo nei confronti del genere una certa autonomia autoriale. Da vedere senz’altro.Nel suo andare e venire, Seules les bêtes individua, comunque, due grandi ambiti narrativi: la provincia rurale francese e la megalopoli africana.
Della prima il regista, forte del romanzo omonimo di Colin Niel, cui si ispirano gli sceneggiatori Dominik Moll, e Gilles Marchand, registra il lento, ma inesorabile disgregarsi prodotto dall’affermarsi di nuovi modelli di vita più allettanti. Non ci sono giovani, in questo paese fatto di case molto distanti l’una dall’altra e le unità familiari sono sempre più disfatte (Alice, Michel e il di lei padre) o sul punto di esaurirsi (Jospeh, il cui passato sta tutto in una foto dai colori seppia che è sul punto di lasciare la mano di una madre d’altri tempi).
Della seconda viene, invece, colto il contrasto tra condizioni di vita precarie, in vastissime periferie, in cui, ai vecchi valori, subentrano in maniera violenta, nuovi ideali veicolati da Internet, e sperpero di denaro come espressione di un raggiunto status sociale.
Dal che si evince come, al centro di tutto, resti lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ed è ancora il bianco a vincere sul destino di molti attraverso un potere che è prima di tutto economico.


(Seules les bêtes); Regia: Dominik Moll; sceneggiatura: Dominik Moll, Gilles Marchand; soggetto: tratto da Seules les Bêtes di Colin Niel; fotografia: Patrick Ghiringhelli; montaggio: Laurent Rouan; musica: Benedikt Schiefer; interpreti: Denis Menochet (Michel), Laure Calamy (Alice), Damien Bonnard (Joseph), Valeria Bruni Tedeschi (Evelyne), Nadia Tereszkiewicz (Marion), Guy Roger «Bibisse» N’drin (Armand), Bastien Bouillon (Cédric), Marie Amie (Monique); produzione: Haut et Court, Razor Film Produktion, France 3 Cinema; origine: Francia, Germania, 2019; durata: 116’

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