L’esatta percezione: l’antologia di Andrea Viscusi

In fondo, a pensarci su un momento, i due termini che compongono il titolo di questa interessante antologia vanno a costituire, con evidenza quasi lapidaria, gli estremi di un vero e proprio ossimoro.
Una percezione non può mai essere, con buona pace di chi crede ancora ai valori universali, esatta. Essa è, per sua natura, sempre incompleta e parziale. Più che altro la dobbiamo pensare ambigua, condannata a una dimensione sensoriale che non può proprio per questo essere l’unico modo per percepire l’universo. Figurarsi capirlo.
Porre al centro del discorso la percezione sensistica del mondo e l’interpretazione che da essa discende, del Reale col quale ci confrontiamo tutti i giorni, significa, in qualche modo, confrontarsi con un materiale sfuggente, che non è facile ricondurre entro categorie conosciute.
Tutto quel che crediamo di sapere, quindi, sfugge al nostro controllo, come la proverbiale anguilla che cerchiamo di pescare, nell’acqua, a mani nude. E ogni approdo razionale diventa transeunte: appiglio provvisorio per una comprensione per sempre rimandata oltre i confini rassicuranti dell’abitudine quotidiana che illude.

Andrea Viscusi ne è consapevole. Come è consapevole del fatto che ragionare di percezione (altro ossimoro invadente) significa perdere l’orientamento, far franare ogni convenzione, metterci di fronte a un organismo narrativo mutaforma che non è più possibile incasellare entro generi o archetipi.

Dei nove racconti che compongono il caleidoscopio di L’esatta percezione (Quality Games edizioni), nessuno riesce a star dentro confini prestabiliti, nessuno si accontenta della dinamica, chiusa in poche righe, di un genere stabilito una volta per tutte.
C’è fantascienza, certo, (e del resto quale genere si presta meglio a cavalcare l’onda della calcolata ambiguità filosofica ed esistenziale del nostro approccio col reale?), ma non solo quello. C’è l’incertezza dell’horror, con la perdita del centro razionale che ci ha sin qui guidati e con la scoperta che quella che chiamiamo follia è solo un altro punto di vista sul mondo, una finestra aperta su una percezione che ci manca. C’è il whodonit del giallo, mentre franano come in Dürrenmatt, gli schemi logici che un tempo ancora portavano a capire chi è l’assassino o, più prosaicamente, qual è il senso. C’è il bildungsroman che si confronta con l’incertezza di crescere e trovare la propria posizione nel mondo, se questo mondo è come sabbia che scivola nel vuoto di una clessidra sottovuoto.

Di fronte alla babelica confusione dei generi, (necessaria, ma non programmatica: per fortuna nostra Viscusi non è un teorico, ma un narratore che cerca il suo scopo direttamente nel corpo della narrazione) viene meno anche la possibilità di chiudere il narrato nelle dinamiche classiche del viaggio dell’eroe. Ogni personaggio di ogni racconto riceve, presto o tardi, la fatidica chiamata che dà il via ad ogni possibile avventura. Ogni personaggio si trova di fronte a una soglia da varcare. Eppure, una volta definito l’oggetto di valore, che dovrebbe dare direzione al racconto, ecco che il percorso si confonde nell’incertezza. Così chi cerca conoscenza, urta con l’evidenza che sapere può portarci a un passo dall’annichilimento (PixelLa bella lavanderina); chi cerca amore, deve uccidere ciò che ama per riportalo alla misura della sua capacità di percepire l’altro (KarmaSinestesia); chi cerca la felicità deve confrontarsi con l’indefinibilità stessa del momento in cui sperimentarla visto che esso può estendersi indefinitamente (Hype) o chiudersi in un loop sempre più breve (In un istante).
Lo stesso rapporto generazionale (topico nel genere fantascientifico) si complica in una rilettura a suo modo speculare del confronto padri-figli. Se, infatti, il punto di riferimento è sempre quello dei giovani, cui è demandato il compito di costruire ogni futuro, il punto di vista della narrazione preferisce piuttosto, in controtendenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le aspettative del lettore di riferimento (spesso adolescenziale e post adolescenziale), ancorarsi al punto di vista dei padri, investiti della responsabilità di riconoscere il diritto della nuova generazione a essere e a definirsi (LamarckiaLa legge dei padri – per inciso, forse il racconto più sorprendente e convincente).

Di fronte a questa messe di suggestioni, che trova, proprio nel terreno del racconto breve e fulminante, il suo humus ideale, anche gli elementi stilistici che compongono le varie narrazioni divengono sfuggenti.
Di qui un ricorso a categorie continuamente cangianti: dalla focalizzazione interna a quella esterna, dall’io narrante ai racconti addirittura in seconda persona (ben due, di cui, l’ultimo, con una folgorante flessione metanarrativa nel twist end), mentre i tempi verbali oscillano dal presente a un più canonico passato remoto con precisa adesione alle esigenze del narrato (Hype, nella sua narrazione di un presente perennemente interconnesso deve ricorrere al presente, mentre assume connotazione quasi ironica il passato remoto di La legge dei padri).

Insomma una prova narrativa assai convincente quella di L’esatta percezione, pur se l’ispirazione dei vari racconti non vola sempre alla stessa altezza. Nel complesso, però, il libro, è

. Non poco per un autore classe 1986.


Autore: Andrea Viscusi
TitoloL’esatta percezione
Editore: Quality Games – RiLL – Riflessi di luce lunare
Dati: 124 pp., brossurato
Anno: 2019
Prezzo: 10,00 €
Isbn: 978-8894479713

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