Un ponte per Terabithia

Pochi commentatori l’hanno sottolineato, ma forse il principale motivo dell’originalità di un film come Un ponte per Terabathia sta, prima di tutto, in quell’idea di metacinema che lo attraversa come un fiume carsico sempre sul punto di riemergere tra le pieghe più deboli del racconto. Da questo punto di vista il vero centro gravitante del film non è, quindi, la storia di amicizia che certo può piacere al pubblico più giovane, né la deriva discretamente melodrammatica che anima di passioni forti l’epilogo una vicenda relativamente piana e lineare, ma la riflessione, sempre presente e mai banale, sul valore salvifico della fantasia e del puro e semplice “raccontare storie”.
La domanda non semplice cui la pellicola cerca di dare risposta è, quindi, tutta legata alla comprensione del bisogno atavico dell’uomo di trasformare le sue ansie, le sue paure, le sue incertezze nei confronti di un mondo ostile in racconti o fiabe che riescano, in qualche misura, a rendere intepretabile l’imperscrutabile ambiguità del Reale.
Per tutti e due i protagonisti della pellicola (Jess e Lesley: due adolescenti che si affacciano sulle contraddizioni di un mondo adulto che non capiscono, ma di cui presto dovranno essere parte) l’esercizio della fantasia non è mai una mera via di fuga dalle brutture del mondo, ma un perenne tentativo di reinventare quello stesso modo in termini diversi, apparentemente più semplici. Guardare il mondo con gli occhi chiusi, ma con la mente ben aperta diventa allora un esercizio necessario per affrontare con maggiore consapevolezza e maturità quelli che sono gli aspetti più dolorosi e faticosi del “crescere”.
Per questo motivo Terabithia, che inizialmente non è altro che un reame incantato nel quale trovare un sia pur parziale rifugio dalle paure della vita vera (quella che il padre del piccolo protagonista identifica in una serie di obblighi verso la famiglia e gli altri) diventa, ma mano che la pellicola procede verso il suo ineluttabile epilogo, una vera e propria trasfigurazione in chiave mitica del mondo della scuola e dei conflitti mai sopiti tra la generazione dei padri e quella dei figli.
Ogni avventura vissuta nel reame della fantasia diventa, per questo uno strumento mediate in quale diventa possibile, per i giovani protagonisti, affrontare le contraddizioni e gli snodi più difficili della loro esistenza. Per il ragazzo, allora, il passaggio a Terabithia significa prima di tutto riuscire a trovare quella forza e quel coraggio che gli servono per affrontare e sciogliere il rapporto conflittuale che lo lega ad un padre che non sembra capirlo né amarlo davvero (toccante, nella sua lucidità, la scena in cui il ragazzo osserva il padre dare il bacio della Buona notte alle sorelle in attesa di un cenno affettuoso nei suoi confronti che non arriva). Mentre per la ragazza le avventure fantastiche che vive con l’amico sono essenzialmente uno sprone forte a cercare di comprendere la propria posizione nel mondo e a rendersi conto di come anche la bulletta della scuola, verso cui nutriva un astio istintivo ed apparentemente più che motivato, possa avere problemi seri e soffrire davvero per essi.
La logica sottilmente metacinematografica di cui parlavamo all’inizio sta essenzialmente nel modo tutto particolare con cui questi due personaggi si completano e si compenetrano l’uno nell’altro. Jess è, infatti, un promettente disegnatore che trasforma ogni situazione che vive in una vera e propria visione in technicolor, mentre Lesley è un’aspirante scrittrice capace di reinventare, col potere incantatorio della parola, le cose trasformandole in storie. La forma e il contenuto di qualsiasi opera cinematografica, a pensarci bene! I loro mondi apparentemente così distanti sono, per questo, destinati a fondersi: Jess ha bisogno proprio della dimensione narrativa della parola per dare un “senso” ai suoi disegni mentre Lesley cerca da sempre la persona che sia in grado di dare immagine a quello che fino a quel momento respirava e viveva solo nello spazio ristretto della pagina scritta.
Peccato, allora, che tutta questa complessa riflessione metacomunicativa debba soffrire di un racconto troppo scandito in quelle che sono le sue tappe salienti. La prima parte sui problemi dell’integrazione scolastica, la seconda che mette in scena le magie di Terabithia e la terza con il suo appello alle lacrime paiono troppo staccate tra loro per dare l’impressione di un discorso compiuto ed armonicamente fuso.


(Bridge to Terabithia); Regia: Gabor Csupo; interpreti: Josh Hutcherson, Annasophia Robb, Robert Patrick, Zooey Deschanel.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Il contenuto è protetto