Cantata dei giorni infami – Storie dalla Terra dei fuochi

Drammaturgia: Alessandro Izzi
Regia: Maurizio Stammati
Con: Maurizio Stammati, Marco Pescosolido (violoncello)/Michele Piccione (vari strumenti)
Scenografia: Marco Mastantuono
Luci: Antonio Palmiero
Produzione: Teatro Bertolt Brecht, ATCL.

Drammaturgia: Alessandro Izzi
Regia: Maurizio Stammati
Con: Maurizio Stammati, Marco Pescosolido (violoncello)/Michele Piccione (vari strumenti)
Scenografia: Marco Mastantuono
Luci: Antonio Palmiero
Produzione: Teatro Bertolt Brecht, ATCL.

SINOSSI

Simone, un vecchio puparo della tradizione napoletana, si ritrova in una discarica abusiva insieme a un musicista muto. Nel tentativo di ingannare l’attesa, e nella paura delle continue scosse di terremoto, l’uomo si ritrova ripercorrere le tappe salienti della sua carriera. Un percorso a ritroso quasi impossibile dal momento che Simone ha perso la memoria.
Dalle parole del personaggio comincia a emergere il ritratto desolato della terra nella quale è nato e che lo rifiuta: la Terra dei Fuochi, dei regolamenti di conti tra clan, dell’illegalità diffusa, dell’omertà e delle infanzie negate.

NOTE DI DRAMMATURGIA

La metafora sostanziale intorno alla quale è stato costruito il testo di “Cantata dei giorni infami” è quella del terremoto: uno scuotimento della terra che è sia fisico che morale, tanto esteriore quanto interiore. Soprattutto esso è il segnale di un rimosso che torna a galla, il segno del fatto che ciò che era stato occultato non può restare sepolto, perché la verità prima o poi torna a galla, seguendo i corsi e i ricorsi carsici del Tempo. Ad essere sepolta è la spazzatura, secondo la prassi per lungo tempo vincente della camorra che ha lucrato raccogliendo rifiuti per l’Italia per poi nasconderli sotto la terra come si faceva con le briciole sotto un tappeto. Ma a essere sepolta è anche la memoria di Simone che non ricorda più chi sia né da dove venga. Come il ricordo riaffiora alla coscienza del protagonista, così dalla terra esalano i miasmi del consumismo che marcisce: in materia brutale, con un sommovimento che sconquassa e spaventa. Il dolore della terra martoriata diviene, così, anche il dolore della coscienza che si riappropria del proprio passato che è anche il passato collettivo di un mondo di persone abbruttite dall’abitudine al compromesso. Frattanto la luna osserva tutto dall’alto, ignara e in fondo indifferente, pronta a coprirsi di nuvole quando il ricordo comincia a confinare col buio dell’oblio, della costante tentazione al silenzio che pesa sulle lingue di chi da troppo tempo convive con la paura e non ha più ricordo di cosa sia la bellezza. Per questo l’unico dialogo possibile per Simone è quello con la musica, quel linguaggio che attinge direttamente nel pozzo più profondo dei nostri ricordi e che parla con forza alle nostre emozioni. In uno scenario solo apparentemente beckettiano “Cantata dei giorni infami” (che allude nel titolo a Eduardo, ma riprende lo slang popolare secondo il quale “cantare” equivale a spifferare, a confessare come fanno i pentiti) vuole inserirsi nel solco del teatro civile di narrazione e, proprio per questo, pare particolarmente indicato anche per le scuole.

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