“Oxford murders” di Alex de la Iglesia

Prendete il più classico dei racconti gialli con la sua razionalità inoppugnabile, con la concatenazione degli eventi che si disegna sotto i vostri occhi secondo la perfezione d’un meccanismo ad orologeria sapientemente oliato e, in sommo spregio di quelle che sono le convenzioni, affondate la mano al suo interno quasi a volerne toccare il cuore, il motore primo. La macchina narrativa non sembra a tutta prima opporre un qualche tipo di resistenza a questa azione invasiva, anzi, il corpo del racconto vi si chiude intorno alla mano come un guanto che non chiedeva niente di meglio che di essere indossato. Il giallo, infatti, è tanto rigido nel suo determinismo logico quanto morbido nella sua capacità di farsi puro intrattenimento.
Sin qui nulla di nuovo sotto il sole. Tutto si svolge secondo le convenzioni, tutto si muove nel rispetto di regole rigidamente codificate e quello che vi trovate intorno è il più noto degli scenari, il più rassicurante dei paesaggi. La sorpresa comincia ad arrivare semmai dopo, quando Wittgenstein comincia a insediare nel nostro pensiero il tarlo di un dubbio che rode le fondamenta di ogni sistema. La sorpresa è tutta sulla punta delle dita che accarezzano ancora le convenzioni del genere e si lasciano solleticare dalle ruote dentate di suoi ingranaggi, ma non trovano ancora quel cuore pulsante di cui erano andate alla ricerca. Anzi, proprio lì, al centro della macchina dove ci aspettavamo di trovare non solo un “chi” (che in genere identifichiamo con l’assassino), ma anche un perché che non sia la banalizzazione di un movente da operetta, ci troviamo solo vuoto.
Il principio di causa ed effetto che sta alla base del giallo l’avevamo ben identificato quando eravamo entrati nel film e ci era piaciuto anche se il meccanicismo che lo sostanziava era un po’ troppo deterministico per i nostri gusti abituati ad un’Arte gratuita e libera dai vincoli della matematica. Del resto chi ama il giallo lo sa: la psicologia è poca, il racconto sta tutto su un foglio a due dimensioni e i personaggi non sono altro che pedine di una scacchiera in cerca della strategia perfetta ed invisibile. Epperò, se davvero a tutto questo manca un centro, il meccanismo, per quanto meraviglioso nei suoi movimenti sinuosi, non può non girare a vuoto.
A questo punto ritirate la mano un po’ delusi, ma non senza accorgervi che il genere vi vien dietro: aderisce ancora troppo alla nostra pelle, quasi fosse fatto di lattice. Svuotato del suo contenuto che per un po’ era stato la nostra mano, il guanto si fa informe, perde di riconoscibilità e, quando la mano è proprio fuori, si rivolta e ciò che era esterno si fa interno e viceversa.
Il fatto è che, ora che sappiamo che dentro non c’è niente, quel bel guanto non lo possiamo più indossare. La sua funzione s’è fatta inutile, un inganno per la mente. Ci era piaciuta l’idea che ci raccontasse la morte mettendola tra parentesi, ci aveva rassicurati l’impressione che tutto nella trama fosse logico e preciso e quasi avevamo pensato che anche la nostra vita potesse essere così: determinabile ed indirizzata verso una meta ben precisa. A noi non restava altro che calcolare le traiettorie, eliminare il caso dall’equazione ed aspettare l’arrivo di un risultato che non poteva essere tanto diverso dai nostri calcoli.
Certo Eisenberg ci aveva parlato di principi di indeterminazione, e qualcuno ancora vaneggia oggi circa un imponderabile effetto farfalla che non permette mai la previsione degli uragani, ma queste ci sembravano disquisizioni accademiche buone per allenare la mente al dubbio. Poi nella vita vera vorremmo solo le certezze del movente, dell’assassino e della dinamica degli eventi.
Quello che fa de la Iglesia in Oxford murders (complice il romanzo che ci dicono bello da cui tutto vien fuori) è proprio questo: prende un genere consegnato alla letteratura da Agatha Christie e Sir Conan Doyle (e poi passato più in televisione che al cinema ad esser sinceri) e lo rivolta come un pedalino troppo usato. Il gioco così si ribalta nel suo inverso: non conta più scoprire l’assassino, ma rendersi conto dell’infinita interpretabilità degli indizi. Il matematico dei gialli cede in questo modo il suo posto al filosofo e tutto si fa incerto perché i segni lasciati dal colpevole sul luogo del delitto sono una serie che si può leggere in tanti modi e non si è più sicuri che uno solo sia quello che possiamo dire vero. Tutto poi si complica quando anche il caso ci mette lo zampino perché basta che una farfalla sbatta le ali all’altro capo della città ed ecco che un testimone di troppo si affaccia sul luogo del delitto.
Così alla fine ci si affaccia dentro la consapevolezza dolorosa che le nostre esistenze sono troppo interconnesse e che emozioni e desideri (da sempre terreno scivoloso per il giallista) condizionano troppo il nostro agire per non creare confusione sulla scacchiera della trama. Ci sfioriamo ed incontriamo continuamente e non sappiamo mai quando il nostro passaggio può diventare come il battito d’ali di una farfalla che scatena uragani nel cuore del vicino. Ed ecco perché il primo delitto lo scopriamo solo alla fine di un lungo, spericolato piano sequenza che unisce le traiettorie di tutti i personaggi in un unico movimento di macchina. In molti hanno scritto che è falso, per noi è più vero del reale.
Il regista spagnolo costruisce su queste basi un film teorico di grande efficacia. Affonda le mani nel genere con una voluttà erotica perturbante e si lascia andare ad un’eleganza del gesto registico che non gli conoscevamo ancora. Ha dalla sua un cast intrigante anche se un po’ spaesato e una colonna sonora che cita Hitchcock ovunque può. Ma sulla domanda aperta del finale sono le note matematiche di Bach a sancire l’impossibilità di una qualsiasi risposta. Così la matematica che sino a quel momento era stato appena l’ambiente in cui far respirare la storia, proprio nell’ultima inquadratura, si fa musica e canta, per noi, l’assurdità incontenibile dell’esistenza.

 

 

(The Oxford murders); Regia: Alex de la Iglesia; sceneggiatura: Alex de la Iglesia, Jorge Guerricaechevarria, Guillermo Martinez dal romanzo di Guillermo Martinez; fotografia: Kiko de la Rica; montaggio: Alejandro Lázaro, Cristina Pastor; musica: Roque Baños; interpreti: John Hurt (Arthur Seldom), Elijah Wood (Martin), Leonor Watling (Lorna), Julie Cox (Beth), Burn Gorman (Podorov), Anna Massey (Sig.ra Eagleton), Jim Carter (Ispettore Peterson), Dominique Pinon (Frank); produzione: Eurimages, La Fabrique de Films, La Fabrique de Films; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; origine: Spagna, 2008; durata: 107’

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Il contenuto è protetto