“Parlami d’amore” di Silvio Muccino & Carla vangelista

Libri - Silvio Muccino e Carla Vangelista: Parlami d'amore

Con un po’ di ritardo rispetto alla reale uscita in libreria passiamo ora ad occuparci del primo romanzo di Silvio Muccino e Carla Vangelista.
Se ne parliamo in questa sede non è solo per tenere conto di uno dei successi editoriali annunciati di quest’ultimo scorcio di anno solare, ma anche e soprattutto perché il libro, sin da una prima e superficiale lettura, sembra essere nato direttamente sotto il segno di un’imminente trasposizione cinematografica.

Ha sapore di cinema il modo in cui vengono presentati e tratteggiati i vari personaggi; rimanda al cinema il modo spesso ardito con cui si incastrano tra loro i vari segmenti di racconto; anche la scelta di utilizzare, per la maggior parte del volume, l’immediatezza e l’immanenza della prima persona al presente indicativo sembre ricalcare il desiderio di una ripresa fenomenologica in tempo reale dell’evento narrato attraverso i filtri di due narratori distinti che è tipica del film.
Insomma, per come e scritto e per come è intrecciato, tutto il romanzo sembra essere imparentato anche sin troppo strettamente coi modelli della ripresa e del montaggio cinematografico e in questa scelta, non certamente sperimentale, si può ravvisare tutto il background cinematografico degli autori (entrambi sono sceneggiatori, il giovane Muccino è anche attore e, in previsione, potrebbe presto dedicarsi alla regia).

Legare l’intera operazione alla sola dimensione cinematografica sarebbe, però, ingiusto, perchè al di là di riferimenti tanto ovvi quanto inutili al mondo di celluloide cui la storia sembra destinata, i due autori operano una serie di scelte, stilistiche e formali, che rivelano una certa consapevolezza dei mezzi letterari che stanno mettendo in moto.
La scelta della prima persona, ad esempio, non è assoluta, ma qua e là prendono corpo, sia pure nello spazio di appena qualche pagina, piccole infrazioni alla norma che si legano strettamente all’evoluzione dei personaggi messi in pagina. Il passaggio brusco, in alcuni capitoli, alla terza persona singolare e al passato remoto (i modi classici del vecchio apparato romanzesco onniscente e ottocentesco) servono, ad esempio, a rendere, in un momento abbastanza fondamentale dell’evoluzione dell’intreccio, il senso di dissociazione del protagonista tra il suo Io più profondo e le azioni che va compiendo. Allo stesso modo l’abrogazione di ogni norma grammaticale e sintattica e la liberazione della parola da ogni apparato strutturale (i classici pensieri in libertà) diventa veicolo, tanto ovvio quanto efficace, per rendere il senso dell’abbandono di sé all’altro in un orgasmo che non è più solo dei corpi, ma anche delle anime.

Ma sono solo “momenti” all’interno di una narrazione che segue sempre il tracciato di un’esposizione degli eventi abbastanza tradizionale: piccole isole nel corpus romanzesco in cui la logica quasi sperimentale della singola pagina è solo abbandono momentaneo, ma necessario ad amplificare la logica romanticheggiante del romanzo nella sua interezza.
Il vero peccato di queste scelte poetiche, bisogna ammetterlo, sta, forse, nel fatto che esse sono un po’ troppo dichiarate. Come se gli autori, timorosi di perdere il contatto con il lettore con delle scelte stilistiche inaspettate e forse un po’ troppo ardite, sentano il bisogno di chiarire fin da subito i motivi della loro scelta.

Questa volontà esplicativa è, forse, uno dei più grandi limiti del volume. Alla lettura si ha spesso l’impressione che i due autori, in un eccesso di bisogno di confessione (a tale bisogno sincero è condizionata anche la scelta della narrazione in prima persona) finiscano per dire troppo e per raccontare troppo. Di qui anche i limiti di una prosa spesso eccessivamente enfatica in cui le ripetizioni, i sovraccarichi un po’ barocchi del linguaggio sono atti a nascondere una doppia fragilità di fondo.
La prima fragilità è quella dei personaggi: tutti disegnati a ridosso di profonde crisi esistenziali e di eventi traumatici. Il problema in questo caso non risiede tanto nel fatto che i protagonisti della vicenda abbiano un background sofferto, ma nel modo in cui questo background viene forzosamente amplificato e gonfiato all’inverosimile. Ma questo è segno prima di tutto dello sfoggio televisivo della sofferenza della società italiana tutta di cui gli autori sono pur sempre esponenti.
La seconda fragilità deriva, invece, dalla sovrapposizione eccessiva di Silvio Muccino rispetto al romanzo. Per quanti sforzi si faccia, durante la lettura, diventa impossibile non sovrapporre a Sasha il volto e il corpo dell’attore. Anche la logica spesso eccessivamente declamatoria di buona parte del romanzo sembra piegarsi alla sua recitazione spesso gridata e fluviale.

E forse il limite più grande di tutta l’operazione che trova al suo interno anche momenti di incantata suggestione (tutta la scena al teatro d’opera col suo montaggio serratissimo è piuttosto riuscita) sta proprio in questa dimensione di eccesso dove anche ciò che andrebbe solo accennato e sussurrato finisce per essere, sì, accennato e sussurato, ma in un grido che si ripete in cerca di ulteriori amplificazioni.

E’ il limite delle nuove generazioni. Un bullismo gridato ed esasperato che nasconde, al suo interno, davvero una fragilità affettiva profonda e apparentemente incolmabile che teme e, al tempo stesso, ha bisogno dei luoghi comuni del sentimento perché ha perso, ormai, ogni altro riferimento nel dialogo e nel bisogno di dirsi.
La comunicazione, nella moderna società italiana, muore nella sua stessa esasperazione ed enfatizzazione. Ed in questo Silvio Muccino è davvero figura esemplare nel suo incarnare i dubbi, le ansie e le paure dell’adolescente medio.
Paure solo in parte mitigate dall’essere più adulto (ma non per questo meno fragile) della penna di Carla Vangelista che un po’ frena, un po’ tranquillizza, un po’ fa da madre, un po’ da amante a personaggi tanto profondamente calati nell’oggi da non avere, almeno così sembra, più futuro.

 

 

Autore: Silvio Muccino, Carla Vangelista
Titolo: Parlami d’amore
Editore: Rizzoli, 2006
Dati: Pagine 400, brossura

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