Storia del cinema horror italiano. Vol. III

Se il primo volume della Storia del cinema horror di Gordiano Lupi era idealmente abitato dalla presenza ingombrante di Mario Bava e se il secondo era infestato dalle visioni demoniache di Dario Argento eLucio Fulci, il terzo tomo sembra piuttosto un’onda che si infrange sugli scogli sperdendosi in schiuma.
Sono, infatti, quattro i nomi che si contendono la scena sin dal sottotitolo: Joe D’AmatoPupi AvatiRuggero Deodato eUmberto Lenzi. Mentre un intero filone, ilcannibal movie, occupa uno spazio tutto suo a metà tra gli ultimi due.
Pupi Avati, che nel volume si prende un capitolo tutto suo gustoso ed importante, sembra non voler occupare troppo spazio e non avere l’importanza forte degli altri nomi protagonisti dei due volumi precedenti. Forse perché il gotico padano piace al curatore, ma non poi troppo; forse perché La casa dalle finestre che ridono e Zeder sono gran bei film, ma della stessa mano di chi poi realizza Storia di ragazzi e ragazze; forse perché gli incubi dell’autore bolognese suonano a morto troppo lugubri rintocchi, fatto sta che il capitolo-Avati sia un po’ sperduto e intimidito rispetto al resto del libro ben altrimenti composito e vitale.

Diverso trattamento gode Joe D’Amato di cui si ammira prima di tutto l’estremo rispetto per lo spettatore che non va mai ingannato, né sottovalutato, ma che resta sempre punto di riferimento del proprio filmare anche quando si girano dieci film in un anno passando dall’hard all’horror, dal thriller al comico. Di questo autore misconosciuto e sottaciuto il saggista sembra ammirare prima di tutto il coraggio e poi una prolificità che non significa mai scadere in una mera pratica da catena di montaggio che inforna film sempre uguali e buoni per tutte le stagioni. Il tutto con commossa ironia che non si tira indietro neanche di fronte ai film brutti, alle opere alimentari e a quei prodotti che, pur conservando impressa nei fotogrammi la firma del nobile artigiano che quasi quasi ti diventa autore, sono troppi vicini alla più vile paccottiglia. Per ciascuno Lupi ha la parola giusta, quella scelta da chi ama ciò di cui scrive, ma non per questo perde troppo la bussola del senso critico che deve discernere tra il buono e il meno buono.

E diverso ancora, ma per certi versi accomunabile, il trattamento riservato a Lenzi eDeodato che, tra squartamenti vari, frattaglie sparse in terra e zombie affamati di carne, qualcosa di simile hanno fatto anche se con gusto e modi di volta in volta diversi.
Il fatto è che il cannibal movie è un genere strano. Ripetitivo per natura. Refrattario quasi ad ogni possibilità di variazioni sostanziali.
In fin dei conti la storia è più o meno sempre quella: l’uomo bianco mangiato da qualche selvaggio di qualche terra lontana. E in questo rito catartico si brucia sempre una certa critica al capitalismo che l’homo homini lupus l’ha portato solo ad altri livelli di smembramento.
L’autore questo meccanismo lo difende a spada tratta. Pur riconoscendo una certa fissità nella formula, si bea nello spirito eccessivo delle tartarughe cucinate dal vivo (o quasi) e dei maialini squartati poco prima che i cannibali si diano al loro fiero pasto. E riconosce nel genere prima di tutto una precisa vocazione sociologica (in Deodato forse ancor più che in Lenzi) che non stona con il bisogno di divertissment e con l’acuto senso di contaminazione dei generi che contraddistingue operazioni di questa fatta. Lupi apprezza l’idea della visione portata alle estreme conseguenze e non solo perché essa può essere legata a discorsi più o meno politici, ma perché è, e non si vergogna di essere, prima di tutto visione.

L’abbiamo già detto in altre occasioni: la storia del cinema di Lupi è partigiana e arrabbiata, squilibrata e gustosamente aneddotica. Stanno tutti qui i motivi di fascino di un’operazione che più che fare storia sembra voler calare il lettore nel gorgo di un mare in tempesta nel quale naufragano le navi coi loro carichi di vindici fantasmi. Scritta di getto, sull’onda di riflessioni decennali su generi e pellicole, questa storia del cinema imita i disegni dei depositi di calcare dove le forme sono incise là dove l’acqua ha gocciolato di più. Essa registra la persistenza di un genere morto del nostro cinema, ma che ancora si deposita in quegli occhi che teniamo più aperti quanto più tutto intorno è buio.
Così è anche il terzo volume. Più composito e sfrangiato. Qua e là ripetitivo (come i film oggetti di discorso). Ma giammai polveroso.

 

Autore: Gordiano Lupi
TitoloStoria del cinema horror italiano. Vol. III – Joe D’Amato, Pupi Avati, Ruggero Deodato, Umberto Lenzi e il cannibal movie
Editore: Edizioni Il Foglio
Collana: Cinema
Dati: 234 pp, brossura con alette
Anno: 2012
Prezzo: 15,00 €
Isbn: 978-88-7606-365-7
webinfoScheda libro sul sito Foglio Letterario

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