Ground Floor

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Gli estremi non sono categorie inconciliabili nel mondo poetico di Ground Floor della regista israeliana Asya Aizenstein.
Il nero è il vicino di casa del bianco, il vuoto è l’occasione possibile del pieno, il volo è l’essenza stessa di un sogno che si può esperire solo radicando con forza i piedi nel terreno umido delle ombre.
Nel giro di pochi minuti di libera fantasia, la videoartista compone un piccolo mosaico urbano di impressioni, sempre a un passo dalla leggerezza del sogno e sempre pronto a scivolare nel quadro nostalgico di una sensazione di perdita lieve.
Il digradare di grigi, sulla tavolozza discreta di un bianco e nero mai a caccia di contrasti, costruisce campate in cui ogni cosa, anche lo sguardo contemplante, è transeunte e in cui ogni cosa sembra contenere il suo contrario ed esserne a sua volta contenuta.
Così il lastricato delle strade è pieno di uccelli di carta, mentre i fili della corrente elettrica, stesi e tesi nello spazio come giochi di bimbi, si riempiono delle scarpe annodate tra loro e sospese nel vuoto di un desiderio di mai più ripartire.
Le stesse lenzuola messe ad asciugare su fili di bucato invisibili, sono ora bianche e ora nere a seconda del correre del vento che le riempie di impressione di vita, ma che sembra sempre sul punto di strapparle via da quel timido legame invisibile con la loro impressione di casa. Quello stesso vento che solleva in volo gli uccelli di carta, che ora placido e ora corsa di una metropolitana che apre finestre di luce nel nero di una notte disabitata eppure piena di vite.
Non ci sono persone in queste pagine animate, in queste tavole inzuppate più che dal sogno dal desiderio di un sogno. Solo lo sguardo del poeta che, dal piano terra buio, si lascia riempire del vento che esso stesso è già, a chiudere gli occhi, ebrezza di volo.
Al di là del bisogno di stare con le spalle coperte da una maniera riconoscibile, colpisce in Ground Floor, la capacità di ricavarsi una propria nicchia di espressione personale e originale. Soprattutto nella capacità di colmare i vuoti di una speranza timida, timorosa, fragile sotto le folate di un vento che sembra sempre sul punto di spazzare via case e non solo uccelli, sogni e non solo foglie. Il tutto reso possibile da un’accortissima organizzazione sonora dell’impianto audiovisivo in cui si inseriscono, evanescenti, le musiche di Yonatan Albalak.
Così la magia finisce per essere proprio in questo scoprire possibilità di sogno così vicine alla veglia. Una scoperta che richiede coraggio. E quel pizzico di utopia che nasce dall’intuizione che il bianco e solo l’altra faccia del nero e che ogni notte fa spazio sempre a un altro giorno.

Tweeting: Saggio di diploma vibrante di desiderio di sogno e di bisogno di poesia.

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(Ground Floor); Regia, disegno e sceneggiatura: Asya Aizenstein; musica: Yonatan Albalak; sound design: Uri Kalian, Sweet sound; origine: Israele, 2014; durata: 2’ 48’’

 

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