The Stag

The Stag (insulso il sottotitolo italiano: Se sopravvivo mi sposo!) è un film stranamente liminale.
Sta a metà tra tante cose, riuscendo nella strana impresa di sentirsi a casa quasi in tutte.

Si sbaglierebbe a volerlo come un epigone dei film alla American pie o alla maniera di Un week end da leoni, anche se l’occasione che muove il racconto e la struttura dello stesso si richiamano ai modelli di certa comicità a grana grossa per bocche troppo abituate al peggio.
Si sbaglierebbe anche a considerarlo un caso isolato, un unicum destinato a cercarsi (ma, per carità, con discrezione e senza troppi egocentrismi!) una propria dimensione autoriale.
Eppure non è neanche un’opera calata all’interno di un genere codificato e davvero riconoscibile anche se mette in bella fila tutte le tappe di un racconto come ce ne sono stati altri mille.

In fin dei conti la narrazione è davvero elementare: un addio al celibato, sposo e testimone innamorati della stessa donna, il testosteronico del gruppo che si rivela alla lunga il più saggio e anche il più vulnerabile e via elencando.
Eppure, pur nello spazio di questa immediata riconoscibilità di personaggi e situazioni, ogni confine si sfrangia e gli archetipi cominciano a confondersi tra loro come non fossero, né potessero essere davvero nel mondo contemporaneo, ancore di senso sulle quali poter appoggiare la semplicistica visione della vita di quei film buoni per tutte le stagioni.
In un certo senso è come se l’opera in esame scientemente perdesse quella bussola che avrebbe dovuto indicargli precise coordinate di genere, per avventurarsi in una notte boschiva nella quale perdersi in cerca di se stesso.
Non a caso il segmento narrativo del lungo addio al celibato che calibra la sua azione per quasi interi gli ultimi due terzi del film, comincia proprio con una bussola gettata in un laghetto e si esaurisce, giusto in chiusura, con un’altra bussola regalata ad uno dei protagonisti per indicargli, più che il nord, precise direzioni esistenziali.
In mezzo a queste bussole, le tappe del percorso di formazione dei giovani protagonisti si scandiscono senza che la retorica e l’ideologia le riempiano di significati altri ed estranei al vissuto dei personaggi. Così l’uso delle droghe perde per strada ogni aura mitica o trasgressiva per assumere una connotazione quasi borghese, di complicità cameratesca. E ogni appuntamento con la natura selvaggia sembra essere rimandato ad altri tempi con questi ragazzi che non riescono nemmeno a farsi un bagno nudi alla luce della luna perché si perdono nella notte.

In questo modo due anime stranamente prendono corpo nel racconto: una psicologica, che segue le peripezie di personaggi che sfuggono alla dimensione dei “tipi” per sfiorare quella più complessa delle persone, la seconda antropologica dal momento che ci pone di fronte il ritratto fedele eppure distorto della condizione maschile, stranamente fragile e compromessa, in questo inizio di millennio.
Eppure in mezzo a queste diramazioni sorvolate quasi a volo d’uccello, si fa strada, in corso d’opera, una precisa rivendicazione anche politica, un orgoglio tutto irlandese che allude al passato recente, ma stringe i legacci anche con il presente contraddittorio dell’Unione europea. In questo modo, cavando pietre dai monumenti funebri, si punta il dito su una crisi economica di cui si racconta più il vissuto che l’idea. E non è cosa da poco nel panorama di un cinema recente più ambizioso che vivo.
Così quando tutti i conti vengono saldati nel consueto finale dolciastro che rassicura tutte le aspettative dello spettatore medio, resta strana l’impressione di questo orgoglio così poco retorico eppure così capace di alzare la testa anche per una semplice risata che, pur non volendo essere consolatoria, alla fine – e sta qui gran parte del suo merito – un po’ consola per davvero.

 

(The Stag); Regia: John Butler; sceneggiatura: John Butler, Peter McDonald; fotografia: Peter Robertson; montaggio: John O’Connor; musica: Stephen Rennicks; interpreti: Andrew Scott, Hugh O’Conor, Peter McDonald, Brian Gleeson, Michael Legge, Andrew Bennett, Marcella Plunkett, Justine Mitchell; produzione: Irish Film Board, Treasure Entertainment; distribuzione: Academy Two; origine: Irlanda, 2014; durata: 94’

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