Milon Mela al TAM 2014

È proprio come trovarsi in treno davanti ad un compagno di viaggio sconosciuto che ti parla in una lingua che non è la tua.
Ti disorienta il fluire libero dei suoni che ti si accavallano davanti agli occhi, eppure continui ad ascoltarlo con un sorriso sulle labbra perdendoti nel mare di segni che solo per te sono senza significato.
Così dovevano sentirsi gli archeologi dentro le piramidi prima della scoperta della stele di Rosetta. Come viaggiatori senza un vocabolario che cercano in ogni cosa a portata di mano un appiglio per tenere in vita una qualsiasi forma di dialogo.
L’altro dal canto suo, consapevole della difficoltà, comincia a riempire il suo dire di gesti esplicativi. Sottolinea una parola importante indicandoti qualcosa con la mano. Qualche suono lo ripete più e più volte come volesse insegnarlo a te tornato bambino davanti a un muro  sconosciuto. E tu, distratto appena dal paesaggio che corre al lato del comune finestrino, cominci a prendere a mente annotazioni che speri utili. Ti concentri intanto sul tono della voce e noti quanto sia limpido, musicale e quanto sforzo chieda alla gola e al respiro di chi parla. Poi osservi gli occhi vigili e vivaci del tuo interlocutore cercando di cogliere anche in quei pozzi d’anima qualche segnale comprensibile. Infine cominci ad osservare come il sole disegni nei capelli dello sconosciuto i suoi capricci. Ti illudi che questa parte della conversazione sia importante tanto quanto le parole proferite e che in tutto questo tu stia capendo qualcosa d’altro che non sia la semplice ansia dell’altro di dire.

 

Così nello spettacolo di Concerto teatro e danza indiani della compagnia di Milon Mela c’è l’invito a guardare i gesti più che soffermarti a pensare al loro senso. Non c’è tempo, del resto, nel processo di comunicazione veloce del mondo occidentale, per andare oltre questo semplice sfiorarsi incuriositi dalla reciproca diversità. La stazione di arrivo del nostro viaggio in treno è troppo vicina e quello sconosciuto che pure ci incuriosisce scenderà probabilmente dopo, in una città diversa dalla nostra.
Per questa ragione lo spettacolo che nasce per un pubblico occidentale, che si rivolge prevalentemente a lui, è proprio come un interlocutore che, sapendo che non parli la sua lingua, riempie il suo dire di gesti che te ne facilitino la comprensione. Pure così, però, lo senti che non capisci bene. E sei proprio come il viaggiatore che, non capendo le parole, si concentra sul tono della voce: vedi la capriola e applaudi alla bravura del ginnasta, fatalmente dimentico che dietro a quella parola c’è un mondo che aspetta solo di essere scoperto.

 

Eppure, proprio per questo suo riempirsi di gesti esplicativi, lo spettacolo è didattico: di tutto mostra un poco, giusto quello che ti serve per cominciare a capire che hai davvero bisogno di capire.
È come se questo spettacolo volesse essere un trampolino su cui arrampicarsi con poca fatica, accompagnati appena da un gentile invito. Usarlo per spiccare un salto, per fare una capriola, è una scelta che spetta alla sublime libertà dello spettatore che può anche fermarsi alla sola meraviglia del fachiro che si sdraia su un letto di chiodi.

 

Per chi va oltre, per chi non vuole fermarsi solo alla prima meraviglia, si spalanca invece un abisso grande che ci fa piccoli e impotenti. Il senso di una distanza enorme che richiede che a quel primo passo di curiosità ne segua un altro e poi un altro di fatica, di comprensione.
Imparare una nuova lingua è sempre doloroso perché ci porta a riconoscere i limiti di quella che usiamo tutti i giorni. E ci fa sentire sulla pelle la povertà delle abitudine che senza quasi accorgercene mettiamo al centro del nostro mondo per dormirci sopra.
Per questo uno spettacolo come quello di Teatro Danza di Milon Mela è importante: perché è una sveglia al nostro bisogno di migliorarci, perché parla al cuore del nostro bisogno di cambiamento, perché ci relativizza rendendoci seme per un dialogo possibile.

E andando appena un passo oltre la soglia di un incontro, portandoci lontano, ci riporta a casa.

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