Transformers 4 – L’era dell’estinzione

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Michael Bay non è mai stato per davvero un narratore. Né si può dire che ci abbia mai tenuto ad esserlo in qualche modo.
Nei suoi film, poderosi macchinari cromati messi in esposizione in sontuose vetrine, il racconto è sempre stato piuttosto un incidente di percorso, qualcosa da sbrigare rapidamente e con poco sforzo per poter passare al più presto oltre.
In fondo quel che conta veramente non è tanto il come gli ingranaggi girino e perché, ma lasciarsi ammaliare dai baluginii della luce sulle superfici lucenti della carrozzeria. Il film, per lui, riesce bene non mettendo tanto olio nel motore, ma riempendo il panno di daino con la cera necessaria a catturare l’attenzione.
Eppure mai, come in Transformers 4 si aveva avuto così netta percezione di quanto inutile sia il racconto per Bay. Mai ci era capitato di imbatterci in un’opera in cui le linee di dialogo o i motivi del racconto fossero così tanto un impaccio fastidioso.

In Transformers 4: L’era dell’estinzione, a rischio di morte non è l’umanità contesa tra robottoni buoni e robottoni cattivi, ma l’umanità calda del racconto, quella retrò e un po’ scema che ha ancora bisogno di carpire motivazioni nei personaggi e catene di cause ed effetti nell’accavallarsi degli eventi.
Nel nuovo habitat del block-buster che getta la spugna e dice apertamente di non avere più bisogno di patti di credibilità con il proprio spettatore, resta principalmente la vertigine continua di una progressiva perdita di centro.
Ogni cosa accade semplicemente perché è già accaduta altrove, ogni racconto prende corpo perché è ripetizione di quanto già narrato in altre occasioni. Sequel, prequel, remake diventano, nel gesto registico di Bay, categorie obsolete perché il racconto non è la meta dell’autore, ma l’ostacolo che si deve saltare per passare avanti. E nel film non conta la direzione che definisce comunque un qualcosa da perseguire, ma il salto in sé che è espressione ginnica di un bisogno di superamento in cui quel che conta è che il paletto sia posto, ogni volta, un centimetro più sopra della precedente.
In fin dei conti Transformers 4 è esattamente la stessa cosa del tre, ha la stessa furia selvaggia del due, è lo stesso buddy movie che era il primo. Ha la stessa traccia narrativa diArmageddon e, in fondo, anche gli stessi personaggi. Quel che conta, come nella metamorfosi dei camion che diventano robot, non è la sostanza, ma la sua capacità di rimodularsi.
Transformers (il brand) è la perfetta metafora della poetica di Bay: movimento continuo e convulso, montagna russa virtuale del nuovo paradigma digitale.
Questa volta però, l’asticina del buon salto, sembra messa troppo in alto. Questa volta i dialoghi veloci che servono a dire al pubblico che è finita la scena a Chicago e ora ci si sposta in Cina, diventano veramente fastidiosi tanto che ne faresti volentieri a meno. Stecche di un vecchio modo di fare cinema ancora troppo legato al nostro bisogno di racconto.
E la perdita nel cast di Shia LaBeouf si sente forse un poco più del dovuto.

 

 

(Transformers: Age of Extinction); Regia: Michael Bay; sceneggiatura: Ehren Kruger; fotografia: Amir M. Mokri;montaggio: Roger Barton, William Goldenberg, Paul Rubell; musica: Steve Jablonsky; interpreti: Mark Wahlberg, Stanley Tucci, Jack Reynor, Nicola Peltz, Sophia Myles, Kelsey Grammer, Titus Welliver, Bingbing Li, T.J. Miller, James Bachman, Thomas Lennon, Charles Parnell; produzione: Paramount Pictures; distribuzione: Universal Pictures; origine: USA, 2014; durata: 165’

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