Le strategie dell’oblio vince il Premio internazionale Lago Gerundo

PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE “LAGO GERUNDO”
QUINDICESIMA EDIZIONE

SEZIONE “AMBROGIO DA PAULLO” – SAGGISTICA

VINCITORE ASSOLUTO: ALESSANDRO IZZI

TITOLO: Le strategie dell’oblio. Percorsi e ricorsi nel cinema italiano sulla Shoah dal 1945 al 2016.

A un primo livello, Le strategie dell’oblio. Percorsi e ricorsi nel cinema italiano sulla Shoah dal 1945 al 2016 di Alessandro Izzi, sembra essere, ed è, un ripercorso, una rilettura, del cinema italiano dall’immediato dopoguerra a oggi. E questo è il livello portante del libro, mentre il livello portato, il più importante, è dedicato in maniera specifica, come dice il titolo, alla questione ebraica (ovviamente in Italia, anche se non soltanto in Italia), soprattutto in rapporto alle leggi razziali fasciste del 1938 fino all’immane tragedia della Shoah: e oltre.
La distinzione tra i due livelli va tenuta presente perché offre al lettore la possibilità di porre la propria attenzione sia alla questione di merito, la questione della Shoah, che costituisce il fine principale dell’autore, e sia al pregio professionale della competenza filmica che l’autore stesso dimostra di possedere. E va da subito detto che la tesi fondamentale, unica, continua e compatta, che Izzi rivolge e imputa, non solo al cinema italiano, ma alla cultura politica italiana stessa, anche se ovviamente antifascista, di aver trattato la questione dell’antisemitismo all’insegna di un’abnorme reticenza e di uno sviamento di senso della questione stessa, fino a rivelare nell’humus della coscienza collettiva italiana un atteggiamento congenito di elusività da considerarsi “tuttora” colpevole, a detta dell’autore ovviamente.
Una tesi forte, anzi fortissima, tuttavia suffragata da una capacità e competenza analitica dello specifico filmico e delle problematiche culturali e politiche connesse, che sanno percorrere puntualmente tutto ciò che il cinema italiano ha prodotto, opera per opera, e si può dire sequenza per sequenza, là dove Izzi ha inteso cogliere i punti che costituiscono “prova” della sua disamina generale. Una tesi complessiva della quale va rilevata l’insistenza di un J’accuse senza appello, rivolto alla rimozione collettiva di tutta la cultura, la storiografia e la politica dell’Italia, dal dopoguerra a oggi e che si ricollega alla storia dell’anteguerra stessa. E ciò vien fatto risalire dall’autore a un sentimento di colpa non ancora pienamente riconosciuto e quindi non del tutto espiato. Tale tesi sostiene che anche quando il problema ebraico è nominato, e perfino condannato, c’è sempre, non solo nel sottofondo collettivo italico, un alcunché che equivale a una “messa in oblio”: una vera strategia della dimenticanza e perciò della negazione, inconscia o conscia che sia, della più grande tragedia della storia, quella della Shoah.
La tesi del libro, come si è già detto, è estrema, ma è quest’aspetto che ne costituisce la peculiarità e la singolarità, cui però, va aggiunto, si associa il pregio di una rilettura di tutto il cinema italiano del dopoguerra, e non solo del cinema, che giustamente può far parte dei libri da collocare negli scaffali importanti, sia della storia del cinema e sia della storia dedicata alla tragicità della storia stessa intestata al capitolo della Shoah.

Cesare Milanese

Paullo, 14 ottobre 2017

 

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